Le specialità del territorio

La tradizione gastronomica dell’Appennino ha radici antichissime, -ne parlava già Boccaccio nel 1300-, e tutt’ora le casalinghe, così come i cuochi dei ristoranti più rinomati, non hanno posto in essere uno stravolgimento delle ricette tramandategli, ma semplici migliorie o personalizzazioni. Ed è proprio in questo filo diretto col passato e coi suoi sapori che sta il punto di forza della cucina montanara, genuina, fatta di elementi semplici e figli della “povertà”, come farina, latte, acqua, sale, strutto e castagne, ingredienti facilmente reperibili dai contadini e dagli allevatori che un tempo popolavano le nostre montagne. Lo scopo era infatti quello di apportare il maggior sostentamento possibili, alla luce dei rigidi inverni appenninici così come delle estenuanti giornate lavorative, senza dover creare pietanze elaborate che inficiassero eccessivamente sulla esigua economia famigliare.
Il tempo ha quindi reso più attuali e moderni i sapori senza modificarli, impreziosendoli attraverso l’uso di spezie, di aromi naturali, di grassi animali o vegetali e di condimenti più elaborati, ma soprattutto con l’utilizzo di metodi di cottura più all’avanguardia. Questa è indubbiamente una cucina solida, saporita e generosamente condita.
Cappelletti, tortelloni, tagliatelle con funghi e cacciagione, rosette e maltagliati coi fagioli: i primi piatti di pasta all’uovo fatta in casa sono indubbiamente tra i motivi di maggior vanto della tradizione culinaria locale, e non c’è ristorante o trattoria che non abbia una propria “ricetta segreta” da far gustare. Tra i secondi piatti, tra gli altri, il coniglio alla cacciatora, il cotechino di suino coi fagioli, per lo più recuperati dalle carni utilizzate per il brodo. Sono tuttavia le crescentine (o tigelle, come vengono chiamate, erroneamente, in pianura) e i borlenghi, le vere specialità montanare, che ogni turista non disdegna di assaggiare ogni qualvolta si trovi in questo territorio meraviglioso.

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